Perfezione ed errori

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Oggi, in quasi ogni ambito, la giusta preoccupazione di fare bene, di impegnarsi in base alle proprie capacità, alle proprie idee o alle naturali predisposizioni di ciascuno è sopraffatta dall’ideale – fortunatamente – irraggiungibile di perfezione. E l’educazione di un bambino non fa eccezione.

Non sbagliare mai. Essere sorridenti, dolci e premurosi. Essere fermi e severi all’occorrenza. Essere attenti, ma non troppo. Essere presenti senza soffocare. Stimolare, incitare, incoraggiare. Trascorrere tempo di qualità. Non tralasciare la quantità… e molto altro ancora! Ma la perfezione non è quello di cui un bambino ha bisogno.

Un bambino ha bisogno di essere conosciuto, di essere osservato ogni giorno, perché ogni giorno cambia; un bambino ha bisogno di modelli reali, non perfetti. Ha bisogno che i suoi genitori siano coerenti, credibili e affidabili e non certo che non commettano mai errori. Anzi, l’errore di mamma e papà è un insegnamento prezioso, perché mostra che l’errore fa parte della vita, che è naturale sbagliare e che è proprio dagli sbagli che si maturano nuove competenze e abilità. E non solo pratiche, ma anche emotive.

E’ giusto e doveroso proporsi continuamente nuovi obiettivi per migliorarci, purché essi siano realizzabili. Questo ci consente di avere lo sprone per andare avanti, senza provare eccessiva frustrazione o essere sopraffatti dall’ansia di prestazione. E in famiglia questo vale ancora di più, perché le difficoltà da superare ogni giorno sono molte.

Perciò dobbiamo essere prima di tutto noi ad accettare i nostri limiti e gli inevitabili sbalzi di umore. L’importante è essere pronti a parlarne e a spiegare ai figli il perché di una determinata reazione.

Accettiamo il fatto che non tutte le giornate sono uguali, alcune vanno meglio di altre: anche il nostro stato d’animo muterà di conseguenza. Ha davvero poco senso mostrarci sempre col sorriso ai bambini, perché questo li disorienterebbe. Meglio non fingere che vada tutto bene, ma esprimere senza eccessi e con parole adeguate all’età del bambino il nostro reale stato d’animo. Per esempio, dopo una giornata particolarmente stressante al lavoro, possiamo tranquillamente dichiarare di essere stanchi per la difficile giornata, ma di sentirci felici di essere finalmente a casa. Diamo così ai bambini una chiave di lettura della realtà – a una giornata particolarmente difficile corrisponde una sensazione di stanchezza -, ma li rassicuriamo sul fatto che non sono loro i responsabili e che siamo felici di tornare dal nostro bambino. Ricordiamoci di fare altrettanto con loro, fin da quando sono piccoli: anche per i bambini ci sono giorni sì e giorni no e non possiamo pretendere che siano sempre di buon umore!

Spieghiamo con semplicità ai bambini il motivo del nostro stato d’animo. In questo modo insegniamo con l’esempio una cosa importantissima: i sentimenti “negativi” sono naturali, fanno parte della quotidianità e li integriamo e ridimensioniamo. Sentire mamma e papà che parlano della loro rabbia, ad esempio, è un primo passo per dare un nome a un’emozione e per non considerarla sbagliata. E, soprattutto, per non sentirsi cattivi quando si provano certe emozioni.

Ammettere certe emozioni o sensazioni non è facile, perché ci fa sentire vulnerabili e imperfetti. Ma è una parte dell’educazione non solo dei bambini, ma anche di noi stessi.

Prima impariamo a conoscere i nostri limiti e ad ammettere i nostri errori, prima riusciremo a trasmettere ai piccoli un grande insegnamento: si può sbagliare senza sentirsi sbagliati.

E questo consentirà loro di provare, sperimentare senza paura, perché sapranno che agli errori c’è soluzione e che i tentativi sono tanto importanti quanto i risultati.

E noi ascolteremo e conosceremo di più noi stessi, invece di rincorrere senza sosta un ideale esteriore di perfezione.

Dott.ssa Elisabetta Rossini

Dott.ssa Elena Urso

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