Il rispetto per ciò che si è, di volta in volta

sfondofrasi 1026tratto da “Di bambini e altre magie” di E. Rossini, E. Urso, Bur Rizzoli

Proviamo ad abbandonare l’idea di istruire, di fornire grandi quantità di nozioni, di somministrare lunghi elenchi di informazioni, di illustrare in modo dettagliato conseguenze dispiegate in complessi periodi ipotetici e di analizzare articolati rapporti causa-effetto.

Proviamo ad abbandonare l’ideale di avere bambini bravi perché sanno tante cose e ne fanno ancora di più, perché prendono quasi tutte le decisioni da soli; bravi perché socievoli con i grandi e leader con i coetanei, perché integrati, impegnati e socializzati fin dalle prime candeline. In questo modo non abbiamo ancora un adulto e non abbiamo più un bambino.

I bambini sono più semplici di così, hanno il diritto di esserlo; sono buffi, paffuti, si muovono con una sgraziata armonia, urlano, non sanno soffiarsi il naso, hanno mani appiccicose, occhi davvero grandi e orecchie piccole e capaci di sentire tutto, sono curiosi e fatalmente attratti da tutto ciò che è potenzialmente pericoloso, perdono sempre un calzino e dichiarano di non avere mai sonno. Sono inventori, costruttori e osservatori, adorano saltare, dicono no e non vogliono mai smettere di giocare. Non toccano quando si sie- dono, sono timidi, sfrontati, attratti dagli spigoli e dalle scale, si sbucciano le ginocchia e si riempiono di cerotti. Colorano fuori dalle righe e sui muri, innalzano torri per distruggerle, hanno amici che non esistono, non sanno di avere un’ombra, affidano la loro sicurezza a eserciti di teneri pupazzi, credono che il sole vada a dormire e che sia sufficiente chiudere gli occhi per non essere visti.

I bambini sono magici, e non perché siano sempre felici e spensierati,
ma perché vivono e pensano
in modo diverso da noi adulti:
la magia è insita in loro e nel modo in cui conoscono e danno senso
al mondo e a se stessi.

Li rispettiamo veramente solo se li trattiamo da bambini, ed è allora che proviamo anche noi un po’ della loro magia.

Non molto tempo fa abbiamo incontrato due genitori, Irene e Luca, per un primo colloquio; l’appuntamento è stato chiesto dal papà, un po’ allarmato per alcuni cambiamenti nel comportamento e negli interessi della piccola Emma alla vigilia dell’inizio della prima elementare.

Il papà e la mamma di Emma ci raccontano di una bambina amata, voluta, figlia unica cresciuta con una grande attenzione sia alla sfera emotiva sia a quella cognitiva. Emma è una bambina molto alta e molto brillante per i suoi cinque anni; utilizza l’ironia, ha da sempre dimostrato interesse per cose un po’ diverse rispetto ai suoi coetanei, è animata da una viva curiosità per il cielo, gli astri, lo spazio, le comete. Lei non ha mai creduto alla vecchia storia del sole che va a nanna o del vento che nasce dal soffio delle nuvole, nemmeno quando era piccola.

Ascoltiamo, ed entriamo in un’infanzia fatta di tantissime attenzioni, molti stimoli, giochi intelligenti, attività sportive, musei, arte, viaggi e pochi bambini. La famiglia di Irene e Luca, entrambi figli unici con un’unica figlia, è piena di adulti con grandi aspettative e grandi attenzioni nei confronti della piccolina, il che non è certo un difetto o un problema in sé, e la stessa Emma ha già avuto modo, in diverse occasioni, di dimostrare di preferire la compagnia degli adulti a quella degli altri bambini, almeno nel tempo libero; inoltre, ha una proprietà di linguaggio incredibile, sviluppata molto presto.

Anche i suoi giochi contribuiscono a renderla un po’ speciale e diversa dagli altri bambini agli occhi di mamma e papà, perché non sono mai fini a se stessi. Luca, e Irene concorda, ci racconta della grande capacità di attenzione e di concentrazione di Emma, delle ore passate a costruire stazioni spaziali e a immaginare storie nel cielo. Le storie, però, passano in secondo piano rispetto all’abilità e alla precisione con cui i coperchi delle scatole delle costruzioni sono osservati e studiati per riprodurre fedelmente anche i modelli più complessi di astronavi, rover, centri o stazioni spaziali.

Anche i disegni di Emma, alla cui esposizione è dedicata una parte di parete in cucina, sono singolari. Ne abbiamo osservati un po’, e la maggior parte rappresenta le stesse navicelle, razzi e stazioni la cui costruzione tanto la impegna nei momen- ti di gioco. E sono disegni dettagliati, pieni di particolari, di minuzie che sfuggirebbero anche a un occhio adulto; solo il tratto tradisce l’età del giovane autore, perché la complessità di linee che si susseguono e di forme che poggiano una sopra l’altra fino a formare macchinari straordinari non fanno certo pensare a una bambina di cinque anni. A corredo dei disegni ci sono anche scritte che indicano i nomi di alcuni componenti e frecce che ne spiegano il funzionamento, perché Emma non si accontenta di disegnare, vuole sapere come funzionano le cose che disegna, come fanno a volare, ad arrivare fino alla luna e a fare benzina nello spazio, e ogni volta riceve spiegazioni vere, approfondite e particolareggiate insieme a lodi per la sua bravura.

Emma non gioca e non disegna come gli altri bambini, gioca diversamente, forse meglio, forse come un bambino un po’ più grande della sua età. Fino al momento in cui smette di farlo.

I suoi genitori concordano nel descrivere questo momento: è come se all’improvviso qualcosa avesse causato una perdita d’interesse verso ciò che attraeva la loro bambina fino a poco prima e ha consegnato loro una figlia diversa, più volitiva e interessata a cose che non avevano mai suscitato in lei particolari reazioni. A nulla sono valsi tentativi di farla riappassionare alla meccanica delle macchine; le ricerche online di nuove sonde spaziali annoiavano subito dopo averne scoperto il nome. E la parete in cucina, piano piano, si popola di disegni di… cani!

Cani che mangiano, dormono, stanno in piedi, stanno in piedi ma dormono, si sono appena spaventati, hanno litigato, stanno ridendo; e per di più, sono di tutti i colori.

Quando i genitori le chiedono perché abbia iniziato a disegnare cani, pensando che questo fatto nasconda il desiderio di avere un cucciolo, e come mai non si interessi più alla sua storica passione, la risposta che ricevono è la seguente: «Perché non mi piacciono più quelle cose. Mi piacciono i cani e voglio disegnare solo cani per sempre». Risposta chiara, precisa ed esaustiva, a cui non c’è nulla da aggiungere. E il «per sempre» finale è meraviglioso: parla proprio il linguaggio dei bambini, per i quali il tempo è molto diverso che per noi adulti, perché vivono in un presente incapace di prefigurarsi realmente quello che accadrà e quando accadrà, nel bene e nel male. Se una cosa per loro è bella e a loro piace, la vogliono fare per sempre; se una cosa è invece brutta e non interessa, non la vogliono fare mai o mai più.

La piccola Emma, dunque, aveva dato una bellissima risposta, che però non soddisfaceva mamma e papà, preoccupati che nascondesse qualcos’altro. Ma Emma stava sperimentando, stava scoprendo cosa le piaceva e, per farlo, doveva provare, cambiare, scoprire. Disegnava cani di ogni colore non perché, a cinque anni, fosse convinta che esistessero cani verdi o a righe gialle e blu, ma perché stava scoprendo la bellezza dei colori stessi, e li disegnava male, con tratto incerto, non perché si impegnasse meno o non fosse più capace di disegnare come aveva fatto fin lì, ma solo perché non li aveva mai disegnati prima.

A ben pensarci, fin dalle prime parole Emma si era ritrovata spesso sola tra adulti, e tra i suoi coetanei era l’unica a ritenere divertenti o interessanti certe cose e a parlare una lingua differente: e così aveva imparato presto a spostare i suoi interessi e a riprodurre un linguaggio adulto, incoraggiato e molto apprezzato. Lo stesso è accaduto per l’ironia, di cui noi adulti facciamo ampio uso e che la bimba riproduceva da tempo per imitazione, ma senza poterne capire appieno il significato. È infatti verso i sei anni che si apre una piccola finestrella che permette ai bambini di iniziare a comprendere un po’ di più il linguaggio ironico; ma per tutta la durata delle scuole elementari rimangono molti dubbi su questa forma linguistica e sul suo uso, perché essa richiede un certo sviluppo cerebrale e cognitivo e una certa quantità di esperienze per poter essere compresa e utilizzata in modo consapevole. Insomma, per padroneggiare l’ironia sono necessari una certa competenza sociale, un utilizzo complesso della lingua e la capacità di andare oltre al significato letterale e concreto di ciò che viene detto, perché si tratta di un linguaggio figurativo che esprime un significato che è esattamente l’opposto rispetto a quello pronunciato; un gran bello sforzo per un bambino!

Abbiamo proposto a Irene e Luca di provare a fare una cosa molto semplice: sedersi accanto a Emma e chiederle di raccontare i suoi disegni, di esprimere cosa li aveva colpiti, quale colore piaceva loro di più e quali emozioni provavano nel guardarli. Oltre a ciò, abbiamo chiesto loro di sospendere la parola «brava», almeno per un po’. L’obiettivo era creare un nuovo canale comunicativo che fosse più emotivo e meno incentrato sull’esecuzione e sul risultato, e dare così la parola a Emma, bambina di cinque anni. E abbiamo chiesto di farlo non solo con gli ultimi disegni, quelli appartenenti al periodo dei cani, ma anche con i disegni precedenti. E sono nate sto- rie, molte storie, finalmente in primo piano rispetto all’abilità, e tutte parlavano di Emma, dei suoi gusti, dei suoi sogni, delle sue paure; anche i disegni delle astronavi hanno assunto un significato diverso, perché si è scoperto che i suoi pupazzi preferiti, anche se non si vedevano, erano tutti in quei disegni: su una sonda il coniglio, il gatto su un’astronave, su una cometa la volpe, e si incontravano, viaggiavano, si divertivano, prendevano il tè insieme, facevano i capricci, litigavano, si sgridavano e combattevano mostri spaziali. Erano già lì, ma erano muti, perché Emma non aveva ancora avuto l’occasione di dare loro voce e di parlare di sé attraverso loro.

Il periodo dei cani è trascorso in fretta e ha lasciato il posto a quello dei gatti, dei treni, dei fiori e delle macchine, ed Emma ha affrontato ogni periodo con lo stesso interesse e la stessa curiosità che aveva dimostrato per il mondo spaziale. La bambina ha trovato un nuovo luogo per il racconto e il gioco libero in cui sentirsi accettata e considerata per quello che è, con i suoi inevitabili e sani cambiamenti, in ogni momento della sua crescita; e ha trovato lì i suoi genitori che, semplicemente accanto a lei, le hanno dato parola e prestato ascolto.

La psicoanalista svizzera Alice Miller utilizza proprio l’espressione «quello che il bambino è di volta in volta», perché un bisogno primario del bambino è di essere rispettato e preso sul serio per la sua unicità e individualità, nei suoi cambiamenti, nei suoi sentimenti e nelle sue emozioni fin dalla nascita.

È fin dalla nascita, infatti, che i bambini possiedono una tanto incredibile quanto delicata capacità che consiste nel senti- re proprio ciò che sentono le persone che si prendono cura di loro, nel captare e nell’adattarsi ai loro bisogni, che quindi non nascono in loro stessi, ma nei grandi. È una capacità adattiva che assicura ai bambini l’amore, bisogno primario per eccellenza e necessario per la sopravvivenza, ma che può portarli a rispondere alle richieste e alle aspettative che sentono, vivono e fanno proprie pur di avere quell’amore, fino a offuscare se stessi e sviluppare un falso sé.

Se i bambini sentono prima ancora di ascoltare e si adattano, allora un grande impegno è quello di riconoscere, ammettere e accettare i loro sentimenti, bisogni e inclinazioni, soprattutto quando non trovano corrispondenza nei nostri, perché è in questo spazio che emerge con diritto il bambino come individuo, prima ancora che figlio. E il bambino può permettersi di provare emozioni e vivere e rivivere stati d’animo e sentimenti se per primi i suoi genitori lo comprendono, lo accettano e non gli chiedono di provare altro.

Quant’è difficile! Soprattutto perché non ci accorgiamo di tutte queste dinamiche e non le mettiamo certo in atto voluta- mente. Allora proviamo a fermarci, a rallentare e a essere meno intimoriti da reazioni che ci disorientano: quando un bambino fa qualcosa di diverso da quello che ci aspettavamo, quando ci sembra che sia cambiato all’improvviso, e probabilmente è così perché ne ha bisogno per crescere, fermiamoci un attimo e proviamo a non tentare subito di riportarlo a quel che faceva e sentiva fino a poco prima. Quando risuona nella nostra testa un «Non più…» – non è più come prima, non fa più quello che faceva prima, non gli piace più quello che gli piaceva prima… – proviamo a trasformarlo in un «Non ancora»: non è ancora, non fa ancora, non gli piace ancora… E non dimentichiamo ci infine di chiedere «Cosa ti piace?» o di provare a capirlo: è vero che siamo noi adulti a decidere per i bambini per molto tempo e su tanti aspetti, perché abbiamo il dovere di guidarli, di dare loro dei limiti e di non lasciarli soli mentre crescono, ed è giusto così; altrettanto vero, però, è che abbiamo il dovere di lasciare loro uno spazio di autonomia.

Limitiamo le esperienze programmate, organizzate, stimolanti, speciali, eterodirette, finalizzate, e lasciamo
un po’ di posto e di tempo al bambino per scoprirsi, conoscersi, sperimentarsi, sbagliare, cambiare idea e riconoscere i suoi veri interessi di quel momento, perché necessariamente cambiano e spesso cambiano in fretta.

Abbiamo aiutato Luca e Irene a liberare un po’ il tempo di Emma e a fare chiarezza nei loro pensieri: allora si sono accorti che la loro bambina era già speciale, ma sempre più a modo suo e sempre meno a modo loro.

Forse Emma avrebbe creduto volentieri alla storia del sole che va a nanna, almeno per un po’. Forse, senza dirlo, ci ha creduto.

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