Il mondo senza confini

Il mondo senza confini

Tratto da “Di bambini e altre magie”, E. Rossini-E. Urso, Bur RizzoliIl mondo senza confini

In studio accogliamo spesso neonati con le loro mamme e i loro papà: a volte li portano con sé perché, allattandoli ancora, non possono lasciarli a casa, altre volte perché non hanno nessuno cui affidarli, altre volte ancora non c’è un perché, ed è bello avere un piccolino che ogni tanto interrompe con gorgheggi o sussulti le nostre consulenze. Le mamme in particolare si distraggono, ovviamente, e l’incontro dura un po’ di più, ma in quella distrazione c’è il prendersi cura del loro bambino.

I piccoli arrivano in ovetti o carrozzine stipate dietro le doppie porte del vecchio ascensore, spesso addormentati; sono portati attraverso il corridoio e solitamente si svegliano quando ci apprestiamo a iniziare l’incontro. Forse si svegliano per il cambio di ritmo, perché fino a poco prima sono stati ninnati dalla macchina o dai movimenti della carrozzina per le vie della città; forse perché sentono voci sconosciute, o forse perché percepiscono che cambiano le emozioni e gli stati d’animo dei grandi, perché un po’ di normale agitazione si presenta sem- pre nei genitori prima di iniziare a raccontare il motivo che li ha portati da noi e loro, anche se neonati, la percepiscono. Ed è appassionante per noi poter osservare quella relazione così speciale, vedere gli sguardi, i sorrisi, i giochi abituali e istintivi, i gesti di rassicurazione, i versetti che inteneriscono e quelli che destano l’attenzione e portano le madri a prendere in braccio il loro bambino.

Quanto è importante prendere in braccio! È così importante che il pediatra e psicoanalista Donald

 

Winnicott rivolge alle madri di neonati una raccomandazione particolare e straordinaria nella sua semplicità: le esorta a non lasciare che una persona prenda in braccio il loro bambino se si capisce che ciò non ha alcun significato per quella persona. Per Winnicott il «tenere in braccio» è l’emblema del

 

prendersi cura: si adatta la pressione delle braccia in base alle necessità del bambino, lo si stringe o lo si lascia più libero, lo si culla, gli si dà ritmo e tranquillità con delicatezza o decisione. E ciò perché i neonati sono sensibili, e molto. Un bisogno primario del bambino è di essere rispettato per la sua unicità e individualità, nei suoi cambiamenti come nei suoi sentimenti e nelle sue emozioni fin dalla nascita.

Tutto, quindi, parte da un abbraccio da cui ha inizio il rapporto con il mondo, perché la madre protegge e custodisce l’isolamento primario del bambino, che è un tutt’uno con lei, fino a quando non è pronto a scoprire il mondo circostante. All’inizio è come se il bambino fosse chiuso in se stesso e circondato dallo spazio; in seguito scopre l’ambiente all’improvviso, muovendo ad esempio un braccio; e infine è l’ambiente che scopre lui e lo coglie di sorpresa con qualcosa di esterno e inaspettato, magari un nostro movimento brusco o un rumore improvviso.

Non rinunciamo allora a prendere in braccio un neonato per paura di dargli vizi fin da subito, perché

 

non è possibile viziare un bambino di poche settimane.

Prenderlo in braccio è cura, accudimento, conoscenza reciproca, scoperta di ritmi
e abitudini da provare e cambiare;
è rassicurazione, solidità, confine e amore.

Un paio d’anni fa è venuta da noi Laura, una giovane mamma di poco più di vent’anni. Il piccolo Leonardo aveva solo sei settimane, primo bambino cercato subito dopo l’inizio della convivenza con Andrea e subito arrivato, insieme al trasferimento del papà dall’Umbria a Milano per lavoro. Una bella occasione, da non perdere, certo, che aveva catapultato Laura in un mondo completamente nuovo, che la incuriosiva e affascinava, ma che l’aveva anche allontanata dalle persone a lei care proprio in un momento in cui si sarebbe circondata volentieri degli amici di sempre e della sua famiglia d’origine. La gravidanza trascorre bene e in fretta, tra i controlli di routine e la nuova quotidianità tutta da inventare e costruire; le gio

 

rnate passano veloci fino a quando arriva Leonardo e insieme con lui il normale e sconvolgente scombussolamen-to che ogni bambino porta con sé. E le giornate d’improv-viso diventano lente e tutte uguali, confuse una dopo l’altra. Laura aveva sognato questo momento, aveva preparato ogni cosa, si era confrontata e informata; le sue amiche non aveva-no ancora bambini, ma aveva conosciuto altre donne al cor-so preparto e con loro aveva ragionato sulle scelte migliori da fare, dal momento della nanna all’allattamento, dalle attività da proporre al piccolo al modo più corretto per gestirlo nelle diverse situazioni. Laura era così preparata da dimenticarsi di quello che sapeva già.

Osservandola seduta di fronte a noi con il piccolo Leonar-do ben legato nella sua sdraietta, ne percepivano l’insicurezza e la paura del giudizio, l’incertezza sul metodo da adottare per non dare al bambino vizi poi difficili da togliere e la difficoltà di riconoscere il tipo di pianto per rispondervi in modo corretto e prenderlo in braccio solo se necessario; la spontaneità era stata soppiantata dall’imperativo di fare la cosa giusta.

 

Nelle prime settimane di vita di un bambino, infatti, la grande difficoltà consiste nel vivere quel tempo lento e ripetitivo senza riempirlo di azioni, ragionamenti o comportamenti studiati e sempre adeguati. L’esperienza delle prime settimane è la più semplice, ma certo non la più facile, e consiste nel «contatto senza azione».

È semplice, perché istintiva e perché è quell’esperienza che offre al bambino la possibilità diiniziare a sentire se stesso, e consente a lui e alla mamma di sentirsi per un po’ una cosa sola, base necessaria per conoscersi e poi pian piano separarsi. È un’esperienza istintiva, ma oggi è sempre più difficile affidarsi all’istinto, perché anche davanti a un neonato ci viene chiesto di essere performanti, ineccepibili, quasi tecnici, e di non lasciare spazio all’incertezza. I consigli, anche non richiesti, arrivano da ogni parte: prendilo in braccio solo se capisci che ha davvero bisogno, abitualo da subito a stare anche con altri, allatta a richiesta, allatta a intervalli orari, promuovi il contatto, allenalo a tranquillizzarsi da solo, dagli il ciuccio, ma se lo allatti non darglielo subito, e così via. E poi si è spesso soli, perché il mondo non permette più a nessuno di fermarsi; basterebbe invece che qualcuno ci si sedesse accanto e ci dicesse non cosa fare, ma «Tu sai cosa fare!» per iniziare a farlo con sempre maggiore sicurezza e serenità.

Che cosa daremmo per capire davvero almeno un po’ di più i neonati, per capire cosa e come pensano, intuire di cosa hanno bisogno e dare così risposte puntuali e corrispondenti alle necessità! Che cosa daremmo per comprendere come sentono e come si sentono, e così rispettarli!

Secondo Thomas Ogden, medico, psicoanalista e scrittore americano, l’esperienza di sé e del mondo è principalmente sensoriale, e si costruisce attraverso la ritmicità e le sensazioni epidermiche, che danno vita a un primo sentimento di sé. L’esistenza, per un neonato, è un torrente di sensazioni; è com

 

e se all’inizio della vita il corpo non esistesse come tale. Meglio, è come se il neonato non sapesse di avere un corpo, ma si percepisse come un insieme di organi separati che, però, rappresentano allo stesso tempo una totalità, perché il piccolo ignora che sono parti separate di un unico insieme.

Non è semplice comprenderlo fino in fondo, perché non possiamo farne esperienza da adulti. Forse è più facile immaginarlo, e infatti Ogden suggerisce di pensarsi seduti su una sedia e poi di eliminare mentalmente la sedia, cercando di trattenere solo la sensazione che essa produce sul nostro corpo: l’oggetto non esiste, perché è ridotto alla sensazione che genera. Ecco, chiudiamo gli occhi e facciamo uno sforzo di immaginazione: proviamo a percepire una parte del nostro corpo schiacciato per la pressione su una superficie e cancelliamo l’idea di quella superficie; allora ci avviciniamo alla sensazione che prova un neonato quando, ad esempio, è tenuto in braccio: le nostre braccia, il nostro torace, i nostri fianchi esercitano una pressione sul corpo del nostro bambino e lui sente di avere quel confine, senza sapere che siamo noi a darglielo.

La contiguità sensoriale è il mezzo che rende possibili le prime relazioni con un mondo esterno di cui non si ha ancora coscienza, perché si vive all’interno della diade con la madre, senza la consapevolezza di essere in relazione con qualcun altro. È proprio la relazione con la madre che permette esperienze sensoriali capaci di dare sollievo e di rendere tollerabile e contenibile la sensazione di frammentazione. Il contenimento si sviluppa attraverso azioni spontanee e naturali come il cullare, i movimenti ritmici e il contatto epidermico, che garantiscono il mantenimento del senso di coesione e la conseguente e ras- sicurante sensazione di sicurezza.

L’essere cullati, tenuti fra le braccia della madre o il percepire il suono delle sue parole sono esperienze che, ripetute nel tempo, riescono a produrre la percezione di una superficie sensoriale delimitata in cui ha luogo la propria esistenza; questo modo di fare esperienza permette la creazione dello spazio potenziale tra sé e l’altro, all’interno del quale si potrà sviluppare la propria individualità in relazione al mondo esterno. I neonati hanno bisogno delle prime settimane di vita per fare esperienze sensoriali, per ripeterle più volte, cosicché da accidentali diventino volontarie e li portino così a distinguere tra il proprio corpo e quello degli altri, e per capire, ad esempio, che quella mano che entra all’improvviso nel loro campo visivo è parte del loro corpo ed è la stessa che può stringere il dito della mamma o del papà o essere portata alla bocca per alleviare fastidi o dare tranquillità. Questa modalità di fare esperienza opera nell’intera vita degli esseri umani, e possiamo osservarla nelle azioni ritmiche e ripetitive che anche da adulti la maggior parte di noi compie e che hanno lo scopo di creare una sensazione di sicurezza e conforto.

 

Com’è difficile provare a comprendere il mondo vissuto e percepito dai neonati, fatto di sensazioni di continuità, di brusche interruzioni, privo della percezione di avere un inizio e una fine; un mondo fatto di oggetti, che sono anche persone, buoni e cattivi, benevoli o frustranti a seconda del momento, e creati magicamente al bisogno; un mondo in cui la madre, non ancora percepita come persona, pone fine ai fastidi e soddisfa i desideri, e lo fa magicamente; un mondo invaso per la prima volta dalla paura della perdita di chi si ama e dalla sua scomparsa improvvisa, seguita da un’altrettanto improvvisa riapparizione. È davvero difficile, perché non abbiamo possibilità di farne esperienza diretta. Un pianto può avere mille motivazioni, dal sonno alla fame, dallo spavento al freddo, fino a moltissime altre difficilmente decodificabili.

Ciò che vale la pena ricordarsi, quindi, è che con un neonato, prima di capire, è importante sentire, perché se non è possibile (né necessario) comprenderlo sempre, è invece possibile e necessario fermarsi per osservarlo e ricordarsi che la sua percezione del mond o e di se stesso è assolutamente altra rispetto alla nostra; ed è magica, perché lontana dalla nostra razionalità e ragione.

Da qui nasce il rispetto, perché l’educazione non deve essere mero insegnamento o una serie di comportamenti ineccepibili da agire in modo automatico; l’educazione è sostegno alla crescita del bambino in base alla visione del mondo che il bambino stesso ha in un determinato momento del suo sviluppo, per non chiedergli troppo o troppo presto e per non attribuirgli, anche in buona fede, caratteristiche che poco si accordano con il suo reale sentire.

Chissà cosa avrebbe detto Leonardo a chi diceva di lasciarlo lì, di farlo piangere perché «tanto male non gli fa», di non prenderlo in braccio per non viziarlo; chissà cosa avrebbe detto a chi lo definiva già un furbetto che ha capito come fare per ottenere quello che vuole, a chi sosteneva che era abituato troppo bene; chissà cosa avrebbe detto un bambino di sei settimane che aveva appena iniziato a sorridere. Forse avrebbe detto:

«Ho bisogno di avere un confine, di sapere dove inizio e dove finisco, di non perdermi nel vuoto che sento intorno, di abituarmi all’aria, alla luce e ai suoni; ho bisogno di tempo per iniziare a capire che esisto anche lontano dalla mia mamm a e che lei continua a esistere anche lontano da me».

Quando Leonardo ha iniziato a piangere, abbiamo detto a Laura che non doveva scusarsi con noi, che lui stava semplicemente facendo il neonato e aveva bisogno della sua mamma per tranquillizzarsi, e l’abbiamo invitata a prenderlo in braccio e cullarlo; per lei è stato quasi come sentire una formula magica che le restituiva libertà e fiducia.

Un nodo ormai coriaceo si è sciolto, dopo un bel pianto liberatorio.

Fermarsi un momento e riconoscere lo smarrimento hanno permesso a Laura di ricominciare a fare quella cosa istintiva e semplice, anche se non facile, che la maggior parte delle madri fa: tenere il bambino, guardarlo, contenerlo, rimanere nel momento presente, insieme, e perdersi in quel momento per poi piano piano separarsi.

Ora Laura ci scrive ogni tanto una e-mail in cui ci racconta come sta, dell’università che ha ripreso da quando Leonardo ha iniziato il nido, del fatto che tornerà a breve da noi per parlare e comprendere meglio le nuove e perentorie opposizioni del piccolo, che ora ha poco più di due anni, e allega alla e-mail una sua foto con il suo bambino in braccio, come a strizzare l’occhio a una competenza che non dimenticherà più di avere.

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